Pagina:Barzini - Una porta d'Italia col Tedesco per portiere, Caddeo, Milano, 1922.djvu/143

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anche qui sarebbe sinonimo del bene loro, non potendo essere conveniente a nessuno il protrarre lo stato di guerra tra Italiani e Tirolesi. E la medesima cosa dicasi per la nobiltà, in gran parte fedele all’Austria, anche se, qua e là, è imbevuta appunto d’idee luterane e riformistiche: ma è pur sempre bigottismo anche il suo, sebbene con altri obiettivi, e per guarirla della sua infermità, che in fondo è un acciacco di vecchiaia, bisogna infondervi sangue nuovo, attirandola nell’orbita dei nostri più vasti orizzonti, dove con tutto il rispetto al mondo della cultura tirolese si respira un’aria più moderna e più vitale.

All’epurazione e sorveglianza del Clero deve seguire di pari passo l’epurazione e sorveglianza della classe magistrale. Sta bene che ci siano ancora maestri di razza tedesca in Italia; indizio, per noi d’idee larghe: ma non insegnino nulla contro l’Italia. Che cosa sanno essi dell’Italia, se non le fandonie apprese in dominio straniero da libri stranieri? Stranieri e per giunta nemici; giacche il Wieser può scrivere finchè vuole che le forme di conquista negl’italiani «superano i periodi del più brutale imperialismo»; ma la verità è un’altra, o per lo meno è molto diversa: prima della guerra i Tedeschi, soprattutto i Tedeschi del Tirolo, senza distinzione tra Nord e Sud, quando nessuno sperava tra noi, alleati dell’Austria, l’annessione dell’Alto Adige, ci odiavano ferocemente e durante la guerra hanno combattuto nelle trincee