Pagina:Battisti, Al parlamento austriaco, 1915.djvu/170

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152 al popolo italiano

sparse nelle alte valli e le danze macabre che adornano i cimiteri di montagna, ma anche i monumenti che si incontrano a nord di Trento, a Bolzano e nei sobborghi della Venosta ove le contradine a portici arieggiano quelle delle città venete.

Tutto è italico: il cielo, la vegetazione, il clima, il costume, le tradizioni, le leggende, gli affetti. Italica è anche la delinquenza che è in vivissimo contrasto con la tedesca ed ha tutte le caratteristiche passionali della delinquenza italiana.

Tutto questo si sapeva assai bene nei tempi del Risorgimento; lo si sapeva e si continuò a ripeterlo per qualche anno dopo la presa di Roma, che a troppi parve il compimento dell’unità d’Italia e dopo quel trattato di Berlino che fu la pietra sepolcrale delle aspirazioni irredentiste di Trento e Trieste.

L’italianità del Trentino fu da Vittorio Emanuele riconosciuta e con le esplicite dichiarazioni e con la vittoriosa entrata dei bersaglieri in Valsugana nel ’66; fu posteriormente affermata durante le trattative di pace dal conte Nigra e da Emilio Visconti Venosta; fu ammessa nel 1867 e nel ’68 e ’69 dal Gabinetto di Firenze che cogliendo l’occasione di rettifiche di confine tentò riaprire la discussione col Governo austriaco.

Nel 1878 la questione trentina strappava qualche parola di consenso al ministro Cairoli, ma non trovava un difensore nè convinto, nè abile nel Curti, rappresentante d’Italia a Berlino.