Pagina:Bellamy - L'avvenire, 1891.djvu/182

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Dopo la chiusura delle banche, andai errando senza scopo, per due ore, nel quartiere commerciale della città; quindi mi sedetti sopra una panca, in una piazza pubblica. Mi interessava l’osservare la massa dei passanti: da ieri i miei concittadini mi erano divenuti tanto estranei, che mi pareva di avere dinanzi a me la popolazione di una città sconosciuta. Avevo vissuto trent’anni in in quel centro e non mi era mai occorso di vedere, come ora, quanto essi avessero l’aria di essere infastiditi, tanto i ricchi come i poveri, gli scienziati quanto gl’ignoranti. E v’era una buona ragione per ciò, poichè vedevo ora una cosa che non avevo mai osservato prima; ognuno di essi era seguito dallo spettro dell’incertezza, che gli susurrava all’orecchio: «Continua a lavorare, alzati all’alba e coricati a notte inoltrata, ruba con abilità e servi fedelmente, non giungerai mai a sapere che cosa sia la sicurezza. Puoi esser ricco oggi e povero domani; non lasciar tanta fortuna ai tuoi figli, perchè chi ti dice che tuo figlio non divenga un giorno il servo de’ tuoi servi e che tua figlia non sia costretta a vendersi per un pezzo di pane?»

Un passante mi diede un foglietto sul quale erano accennati i vantaggi di un nuovo progetto di assicurazione sulla vita; ciò mi fece rammentare che un tal progetto, quantunque riconoscesse il bisogno universale, non faceva che tassare uomini e donne, offrendo loro un’apparente protezione contro l’incertezza, in tal modo i benestanti potevano comperare la dubbiosa sicurezza che, dopo la loro morte, i loro cari non sarebbero stati calpestati; ma questa era tutta la garanzia ed esisteva soltanto per chi poteva pagarla bene.

Ma come potevano mai gli abitanti di questo infelice paese, in cui ognuno lottava col prossimo, avere un’idea della vera assicurazione sulla vita, come l’intendevano gli uomini del mio sogno, nel quale ogni individuo era protetto contro i bisogni?

Poco dopo mi trovai di nuovo sulla scalinata di un edifizio della via Trémont ed osservai un reggimento di soldati che erano passati in rivista. Fu questo il primo spettacolo che mi ispirò pensieri non tanto tristi; qui vedevo finalmente l’ordine e la ragione; vedevo un esempio di ciò che può fare un’unione ben