Pagina:Bellamy - L'avvenire, 1891.djvu/51

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su questo punto, che non so come fare a rispondervi. Voi mi chiedete in che modo regoliamo le mercedi; posso rispondervi soltanto che nel governo sociale moderno, non v’è nulla che corrisponda alle mercedi dei tempi vostri».

«Intendete dire che non avete danaro per pagare questi salari», dissi. «Ma il credito fatto all’operaio presso i vostri depositi governativi, corrisponde a ciò che noi chiamavamo mercede. Come vien stabilito l’ammontare del credito dato per i singoli rami? Con qual diritto ogni individuo esige la sua parte? Qual’è la base della divisione?»

«Il suo diritto», rispose il dottor Leete, «è la sua natura umana. Per pretendere egli si basa sul fatto che è un uomo».

«Sul fatto che è un uomo!» ripetei incredulo. «È egli possibile che voi intendiate dire che tutti hanno la stessa parte?».

«Certamente».

Non posso certo pretendere che i lettori di questo libro i quali non hanno mai conosciuto un’altra organizzazione, nè hanno particolarmente studiato le epoche remote in cui era in vigore un altro sistema, comprendano lo stupore che produsse in me la semplice asserzione del dottor Leete.

«Vedete bene», disse egli sorridendo, «che, non solo non possediamo moneta onde pagare salari; ma, come già ve lo dissi, non abbiamo assolutamente nulla che corrisponda alle vostre mercedi».

Frattanto mi ero abbastanza rimesso per poter esprimere alcuni giudizi circa quella maravigliosa organizzazione.

«Taluni però lavorano il doppio di molti altri», esclamai. «Il buon operaio è egli soddisfatto di un metodo che lo rende uguale al mediocre?»

«Non diamo cagione a nessuno di lamentarsi di un’ingiustizia», rispose il dottor Leete, «e ciò perchè chiediamo a tutti precisamente la stessa quantità di lavoro».

«Vorrei sapere come potete far ciò, poichè non vi sono due uomini che abbiano lo stesso grado di forza».

«Nulla di più semplice», fu la risposta. «Chiediamo a tutti uno sforzo uguale; vale a dire, chiediamo che ognuno faccia quel lavoro che può fare».


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