Pagina:Bettinelli - Opere edite e inedite, Tomo 4, 1799.djvu/17

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Genj. 13

{{Pt|quasi d’augelli, cantando essi ancor soli, distratti, occupati, e non pensandovi, sicché scoprironsi ancor fanciulli da chi per caso gli udì con quella lor voce, e con quell’ istinto o giovane artista, ciò che sia il genio. N’hai tu ? e tu M senti in te stesso, o non n’ hai, e non puoi mai conoscerlo. Il genio della musica sottomette all’ arte sua 1’ universo; dipigne tutt’ i quadri co’ Suoni, fa parlare lo stesso silenzio, espriire le idee cogli effetti, gli afferti con accenti, e le passioni, ch’esprime, quelle suscita, in fondo ai cuori. Da lui prende la voluttà nuovo fascino; il dolore, ch’egli fa gemere, strappa le grida; egli arde sempre, nè mai consumasi, sembra scaldarsi esprimendo le nevi, ed i ghiacci; sembra, quasi pingendo l’orror della morte, insinuare nell’ anima quel senso di vita, che mai non lo abbandona, e ch’ei comunica a’ cuori fatti per lui. Ma oimè, eh’ ei nulla sa dire a color, che il germe non n’hanno, e poco sentonsi i suo; prodigi da chi non possa imitarli ! Vuoi tu dunque sapere, se una scintilla di questo fuoco divoratore hai nell’ anima ? Corri, vola a Napoli ad udir le bell’ opere di Leo, di Dorante, di Jomelli, di Pergolese. Se di lagrime s’ empiono gli occhi tuoi, se palpitare ti senti il cuore, se guizzi tutto agitandoti, se il piacere t’opprime, e li soffoca, prendi in man Metastasio, e coropo-