Pagina:Bianca Laura Saibante - Discorsi, e lettere, Venezia 1781.djvu/36

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capo a piede. Amico dottissimo, forse nè pur questa mia proposizione vi garba? Ditelo fuor fuori, che a colui, cui piace di vincere la lite, credetemi, e’ non gli mancano sutterfugj per dare acqua alla sua macina; ed a me pure, che sono nello stesso gagno, non mancheranno ragioni per farmi valere il mio, e nello stesso tempo appagare il vostro genio. Ma innanzi; e procuriamo di rintracciar l’origine di questo costume. Voi ben sapete appo i Gentili le moltissime Deità, che si veneravano, e sapete ancora quanto varj fossero i riti nel sacrificare a quegli Dei bugiardi. Ora non mi potrete impedire, che sopra questi riti non mi soffermi un cotal poco, giacchè una conseguenza mi sembra doverne trarre, che fuor del mio proposito non mi pare. Udite per tanto. A Giove, Padre degli Dei, l’alta annosa quercia era dedicata dal volgo: col verde mirto grillande s’intessevano a Venere bella: dell’eterno alloro a Febo erano vaghi serti tessuti: a Cibele si offeriva il superbo pino: ad Ercole il forte si umiliava il pioppo amator de’ fonti: e finalmente a Minerva la saggia si donavano del bianco ulivo le fruttifere palme. Oltre a ciò da’ Maestrati di que’ tempi, secondo i molti riti, erano ancora varj i Sacerdoti, e le Sacerdotesse a tali uffizj destinati. Ora i medesimi Sacerdoti, e le Sacerdotesse non comparivano, se non coronati delle frondi di quell’albero, il quale sacro era a quel Dio, di cui erano ministri. Non per tanto, se a voi sembrasse meno a proposito, che io qui parli di corone di fron-


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