Pagina:Boccaccio, Giovanni – Elegia di Madonna Fiammetta, 1939 – BEIC 1766425.djvu/11

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CAPITOLO I


Nel quale la donna descrive chi essa fosse, e per quali segnali li suoi futuri mali le fossero premostrati, e in che tempo, e dove, e in che modo, e di cui ella s’innamorasse, col seguito diletto.


Nel tempo nel quale la rivestita terra piú che tutto l’altro anno si mostra bella, da parenti nobili procreata venni io nel mondo, da benigna fortuna e abbondevole ricevuta. Oh maladetto quello giorno, e a me piú abominevole che alcuno altro, nel quale io nacqui! Oh quanto piú felice sarebbe stato se nata non fossi, o se dal tristo parto alla sepoltura fossi stata portata, né piú lunga etá avessi avuta, che i denti seminati da Cadmo, e ad una ora cominciate e rotte avesse Lachesis le sue fila! Nella picciola etá si sarebbero rinchiusi gl’infiniti guai, che ora di scrivere trista cagione mi sono. Ma che giova ora di ciò dolersi? Io ci pur sono, e cosí è piaciuto e piace a Dio che io ci sia. Ricevuta adunque, sì come è detto, in altissime delizie, e in esse nutrita, e dall’infanzia nella vaga puerizia tratta, sotto reverenda maestra, qualunque costume a nobile giovane si conviene, apparai. E come la mia persona negli anni trapassanti crescea, cosí le mie bellezze, de’ miei mali speciale cagione, multiplicavano. Oimè! che io, ancora che picciola fossi, udendole a molti lodare, me ne gloriava, e loro con sollecitudini e arti faceva maggiori.

Ma giá dalla fanciullezza venuta ad etá piú compiuta, meco dalla natura ammaestrata sentendo quali disii a’ giovani possono porgere le vaghe donne, conobbi che la mia bellezza,