Pagina:Boccaccio - Amorosa visione, Magheri, 1833.djvu/103

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CAPITOLO XXII. 91

Correndo poi fuggir l’aspra figura
     50Del padre la vedea, che conosciuta
     Avea l’abominevole mistura.
Albero la vedeva divenuta,
     Che ’l suo nome ritien, sempre piangendo
     O ’l fallo o forse la gioia compiuta.
55Narciso vid’io quivi ancor sedendo
     Sopra la nitida acqua a riguardarsi,
     Di sè oltre ’l dovuto modo ardendo.
Deh quanto quivi nel rammaricarsi
     Nel suo aspetto mi parea pietoso,
     60E talor seco sè stesso crucciarsi:
Oimè, dicendo, tristo doloroso,
     La molta copia ch’io ho di me stesso,
     Di me m’ha fatto, lasso, bisognoso.
Cefalo poi alquanto dietro ad esso
     65Vid’io posati aver l’arco e li strali,
     E riposarsi per lo caldo fesso.
O Aura, deh vien colle fresche ali,
     Entra nel petto nostro; tutto steso
     Stava dicendo parole cotali;
70Ma questo avendo già Procris inteso,
     Cui, ascosa, vedea tra l’erbe e’ fiori
     In quella valle con l’udire inteso,
Essendo in sospezion de’ nuovi amori,
     Credendo forse ch’allora venisse,
     75Volle, e nol fece, intanto farsi fuori;
Tutta l’erba si mosse, e cefal fisse
     Gli occhi colà, credendo alcuna fiera,
     E preso l’arco suo lo stral vi misse,