Pagina:Boccaccio - Decameron I.djvu/344

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340 giornata quarta

e dicoti che tanto e si mi cuoce,
che per minor martir la morte bramo:
venga adunque, e la mia
vita crudele e ria
termini col suo colpo, e ’l mio furore,
ch’ove ch’io vada il sentirò minore.
     Nulla altra via, niuno altro conforto
mi resta piú che morte alla mia doglia:
dállami adunque omai,
pon’ fine, Amor, con essa alli miei guai,
e ’l cuor di vita sì misera spoglia;
deh! fallo, poi ch’a torto
m’è gioi tolta e diporto;
fa’ costei lieta morend’io, signore,
come l’hai fatta di nuovo amadore.
     Ballata mia, se alcun non t’appara
io non men curo, per ciò che nessuno,
com’io, ti può cantare;
una fatica sola ti vo’ dare:
che tu ritruovi Amore, e a lui solo uno,
quanto mi sia discara
la trista vita amara
dimostri appien, pregandol che ’n migliore
porto ne ponga per lo suo onore.

Dimostrarono le parole di questa canzone assai chiaro qual fosse l’animo di Filostrato, e la cagione: e forse piú dichiarato l’avrebbe l’aspetto di tal donna nella danza era, se le tenebre della sopravvenuta notte il rossore nel viso di lei venuto non avesser nascoso. Ma poi che egli ebbe a quella posta fine, molte altre cantate ne furono infino a tanto che l’ora dell’andare a dormir sopravvenne; per che, comandandolo la reina, ciascuno alla sua camera si raccolse.