Pagina:Boccaccio - Decameron I.djvu/364

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360 giornata quinta

a ciascuno. Martuccio, onorata molto la gentil donna con la quale la Gostanza dimorata era, e ringraziatala di ciò che in servigio di lei aveva adoperato e donatile doni quali a lei si confaceano ed accomandatala a Dio, non senza molte lagrime della Gostanza si partí; ed appresso, con licenza del re sopra un legnetto montati, e con lor Carapresa, con prospero vento a Lipari ritornarono, dove fu sí grande la festa, che dire non si potrebbe giá mai. Quivi Martuccio la sposò, e grandi e belle nozze fece, e poi appresso con lei insieme in pace ed in riposo lungamente goderono del loro amore.

[III]

Pietro Boccamazza si fugge con l’Agnolella; truova ladroni; la giovane fugge per una selva, ed è condotta ad un castello; Pietro è preso, e delle mani de’ ladron fugge, e dopo alcuno accidente capita a quel castello dove l’Agnolella era, e sposatala, con lei se ne torna a Roma.


Niuno ne fu tra tutti che la novella d’Emilia non commendasse, la quale conoscendo la reina esser finita, vòlta ad Elissa, che ella continuasse le ’mpose; la quale, d’ubidire disiderosa, incominciò:

A me, vezzose donne, si para dinanzi una malvagia notte da due giovanetti poco discreti avuta: ma per ciò che ad essa seguitarono molti lieti giorni, sí come conforme al nostro proposito mi piace di raccontarla.

In Roma, la quale come è oggi coda cosí giá fu capo del mondo, fu un giovane, poco tempo fa, chiamato Pietro Boccamazza, di famiglia tra le romane assai onorevole, il quale s’innamorò d’una bellissima e vaga giovane chiamata Agnolella, figliuola d’uno che ebbe nome Gigliuozzo Saullo, uomo plebeio ma assai caro a’ romani. Ed amandola, tanto seppe operare, che la giovane cominciò non meno ad amar lui che egli amasse lei. Pietro, da fervente amor costretto e non parendogli piú dover sofferir l’aspra pena che il disidèro che avea di costei gli dava, la domandò per moglie; la qual cosa come i