Pagina:Boccaccio - Decameron I.djvu/379

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novella quinta 375

tosto potesse maritare. La mattina venuta, i parenti dell’una parte e dell’altra, avendo la veritá del fatto sentita e conoscendo il male che a’ presi giovani ne poteva seguire volendo Giacomino quello adoperare che ragionevolmente avrebbe potuto, furono a lui, e con dolci parole il pregarono che alla ’ngiuria ricevuta dal poco senno de’ giovani non guardasse tanto, quanto all’amore ed alla benivolenza la qual credevano che egli a loro che il pregavano, portasse, offerendo appresso se medesimi ed i giovani che il male avean fatto ad ogni ammenda che a lui piacesse di prendere. Giacomino, il quale de’ suoi di assai cose vedute avea ed era di buon sentimento, rispose brievemente: — Signori, se io fossi a casa mia come io sono alla vostra, mi tengo io sì vostro amico, che né di questo né d’altro io non farei se non quanto vi piacesse: ed oltre a questo, piú mi debbo a’ vostri piaceri piegare in quanto voi a voi medesimi avete offeso, per ciò che questa giovane, forse come molti stimano, non è da Cremona né da Pavia, anzi è faentina, come che io né ella né colui da cui io l’ebbi non sapessimo mai di cui si fosse figliuola; per che, di quello che pregate, tanto sará per me fatto quanto me ne ’mporrete. — I valenti uomini, udendo costei essere di Faenza, si maravigliarono: e rendute grazie a Giacomino della sua liberale risposta, il pregarono che gli piacesse di dover loro dire come costei alle mani venuta gli fosse e come sapesse lei essere faentina; a’ quali Giacomin disse: — Guidotto da Cremona fu mio compagno ed amico: e venendo a morte, mi disse che quando questa cittá da Federigo imperadore fu presa, andatoci a ruba ogni cosa, egli entrò co’ suoi compagni in una casa, e quella trovò, di roba piena, esser dagli abitanti abbandonata, fuor solamente da questa fanciulla, la qual, d’etá di due anni o in quel torno, lui sagliente su per le scale chiamò padre; per la qual cosa a lui venuta di lei compassione, insieme con tutte le cose della casa seco ne la portò a Fano, e quivi morendo, con ciò che egli avea costei mi lasciò, imponendomi che, quando tempo fosse, io la maritassi e quello che stato fosse suo le dessi in dota. E venuta nell’etá da marito, non m’è venuto fatto di poterla dare a persona che mi piaccia: