Pagina:Boccaccio - Decameron II.djvu/355

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nota 349


La scrittura, su due colonne, è nitida, regolarissima: e tutte le caratteristiche grafiche, con la loro esattezza e bellezza, son quali dovevano essere a voler fare del volume un oggetto, se non lussuoso (non vi sono miniature), certamente decoroso e signorile. Le lettere iniziali della Giorn. II e delle successive1 sono turchine con un contorno di fregi rossi, di altezza corrispondente al tratto compreso tra quattro righe di scrittura; altre iniziali, alternativamente rosse e turchine, dell’altezza di due righe, contrassegnano il cominciamento delle parti principali dell’introduzione alla Giorn. I, il principio delle singole novelle e della chiusa di ogni Giornata, ed il capoverso delle ballate; infine, altre piú piccole, sempre rosse e turchine alternate, stanno all’inizio del preambolo delle novelle, a quello della vera e propria narrazione e a quello delle singole stanze delle ballate. I versi di queste sono scritti a modo di prosa; si va a capo ad ogni principio di stanza.

La riconosciuta derivazione di L dal nostro ms. attesta in modo inconfutabile che quest’ultimo fu scritto prima del 1384, poiché di quest’anno è la copia2. Si può sospettare che B abína appartenuto sullo scorcio del Trecento al cancelliere del Comune bolognese Pellegrino Zambeccari († 1400), che fu non tiepido umanista e corrispondente ed amico del Salutati3; sappiamo invece

  1. L’iniziale del proemio e quella della Giorn. I andarono perdute con la prima carta originale.
  2. Cfr. qui, p. 331.
  3. Arguisco ciò dal fatto che, con ogni probabilitá, il «Sonnetus» dello Zambeccari esistente a c. 110 r (cfr. p. prec.) fu scritto dalla mano stessa dell’autore. Prove interne di quanto asserisco son le seguenti: la dicitura dell’intestazione, dove il nome di Pellegrino non è preceduto da nessuno dei titoli o delle qualifiche che ogni contemporaneo, data la notorietá del personaggio, non avrebbe omesso e che invece è naturalmente astretto a trascurare chi scrive di sé; la correttezza assoluta della lezione, ed in sé e quanto alla lingua, che risponde esattamente al tipo idiomatico ibrido invalso alla fine del sec. XIV presso gli scrittori emiliani (un amanuense diverso dall’autore era necessariamente inclinato a modificare il tipo predetto, come si può riscontrare infatti nel testo a stampa cit. sopra, p. 348 n. 1). Vi è poi la prova paleografica, che ho potuto fare tenendo presenti alcuni atti di mano dello Zambeccari trascritti in fine al vol. Provvisioni 1381-’85 del R. Archivio di Stato in Bologna. Tenendo conto del diverso tipo di scrittura nei due saggi (quella degli atti è la calligrafica notarile, quella del sonetto la corsiva), ho rilevato l’identitá di certe s e z capitali, con altre somiglianze meno caratteristiche, incompatibilitá nessuna. Se il risultato non è nettamente favorevole, non va però dimenticato che la scrittura del registro bolognese è forse di un ventennio anteriore al tempo a cui risalirebbe, col possesso del volume, la registrazione del sonetto nel foglio di chiusa.