Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/189

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di’ che mi venga ad ingannare: o dicono: all’usciomiFonte/commento: ed. 1723 si pare, quasi in niun’altra cosa stia il sapere se non o in ingannare o in guadagnare. Gli studi adunque alla sacra filosofia pertinenti infino dalla tua puerizia più assai che il tuo padre non avrebbe voluto ti piacquero, e massimamente in quella parte che a poesia appartiene, nella quale per avventura tu hai con più fervore d’animo che con altezza d’ingegno seguita. Questa non meno ma tra l’altre scienze ti dovea parimente mostrare che è amore, e che cosa le femmine sono, e chi tu medesimo sii, e che a te s’appartiene. Vedere adunque dovevi, amore essere una passione accecatrice dell’animo, disviatrice dell’ingegno, ingrossatrice anzi privatrice della memoria, dissipatrice delle terrene facultà, guastatrice delle forze del corpo, nemica della giovanezza e della vecchiezza; morte genitrice de’ vizii e abitatrice de’ vacui petti; cosa senza ragione e senza ordine e senza stabilità alcuna; vizio delle menti non sane e sommergitrice della umana libertà. O quante e quali cose sono queste da dovere non che i savi ma gli stolti spaventare? Vien teco medesimo rivolgendo l’antiche storie e le cose moderne, e guarda di quanti mali, di quanti incendii, di quante morti, di quanti disfacimenti, di quante ruine ed esterminazioni questa dannevole passione è stata cagione. È una gente di voi miseri mortali, tra i quali tu medesimo avendo il conoscimento gittato via, il chiamate Iddio, e quasi come a sommo aiutatore ne’ bisogni li fate sacrificio delle vostre menti e divotissime orazioni li porgete; la qual cosa, quante volte tu hai già fatto o farai, tante ti ricordo, se da te uscito forse del diritto sentimento nol vedi, che tu a Dio e a’ tuoi studii e a te medesimo fai ingiuria: e se le