Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/202

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le bellezze loro dalla natura prestate si disprezzarono, le celestiali aspettando. In luogo d’ira e di superbia ebbero mansuetudine e umiltà, e la rabbiosa furia della carnale concupiscenza con l’astinenza mirabile domarono e vinsero, prestando maravigliosa pazienza alle temporali avversità e a’ martirii: delle quali cose, servata l’anima loro immaculata, meritarono di divenir compagne a colei nell’eterna gloria, la quale s’erano ingegnate nella mortal vita di somigliare. E se onestamente si potesse accusar la natura, maestra delle cose, io direi che essa fieramente in così fatte donne peccato avesse, sottoponendo e nascondendo così grandi animi, così virili e costanti sotto così vili membra e sotto così vil sesso come è il femmineo; perchè bene ragguardando chi quelle furono e chi queste sono, che nel numero di quelle si vogliono mescolare e in quelle essere annoverate e reverite, assai bene si vedrà mal confarsi l’una con l’altra, anzi essere del tutto l’una contraria dall’altra. Tacciasi adunque questa generazione prava e adultera, nè voglia il suo petto degli altrui meriti adornare; chè per certo le simili a quelle, che dette abbiamo, sono più rade che le fenici: delle quali veramente se alcuna esce di schiera tanto di più onore è degna che alcuno uomo, quanto alla sua vittoria il miracolo è maggiore. Ma io non credo che in fatica d’onorarne alcuna per li suoi meriti, a’ nostri bisavoli, non che a noi, bisognasse d’entrare, e prima spero si ritroveranno de’ cigni neri e de’ corbi bianchi, che a’ nostri successori di onorarne alcuna bisogni entrare in fatica: perciocchè l’orme di coloro che la reina degli angioli seguitarono sono ricoperte, e le nostre femmine digra-