Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/244

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non quelle ad amarla ti tirarono, ma la sua forma per certo; e alcuna cosa veduta di lei ti mise in isperanza il tuo disonesto volere poter recare a fine. Ma furonti sì gli occhi corporali nella testa travolti, che tu non vedesti lei esser vecchia, e già stomachevole e noiosa a riguardare? e oltre a ciò, qual cechità d’animo sì quelli della mente t’avea adombrati, che, cessando la speranza del tuo folle desiderio in costei, con acerbo dolore ti facessono la morte desiderare? Qual miseria? qual tiepidezza? qual trascuraggine te a te così avea della memoria tratto, che, venendoti meno costei, tu estimassi che tutto l’altro mondo ti dovesse esser venuto meno, e per questo voler morire? Part’egli così essere da nulla? se’ tu così pusillanimo, così scaduto, così nelle fitte rimaso, così scoppiato di cerro o di grotta? o se’ così da ogni uomo del mondo discacciato, che tu costei per unico rifugio e per tuo singular bene eletta avessi, che se ti mancasse tu dovessi desiderar di morire? Qual piacere quale onore quale utile mai avesti da lei, o ti fu promesso (se non dalla tua sciocca e bestiale speranza) il quale poi ti fosse tolto da lei? E la tua speranza che cosa ti poteva da lei giustamente promettere? certo niuna, se non di metterti nelle braccia quelle membra cascanti e vizze e fetide, delle quali senza fallo, se saputo avessi il mercato il quale n’ha fatto e fa, come ora sai, sarebbe stato il desiderio minore. Forse speravi, potendole nelle braccia venire, e avendo di quella prodezza della quale ella cotanto si diletta, così essere salariato, come fu già il cavaliere di cui di sopra parlai? Tu eri ingannato, perciocchè quando quello era, ella spendeva de’ miei: oggi dei