Pagina:Boccaccio - Decameron di Giovanni Boccaccio corretto ed illustrato con note. Tomo 5, 1828.djvu/254

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fatta cosa lasciò impunita. E nel vero, se tempo da troppo affrettata morte non m’è tolto, io la farò con tanto cruccio di lei, e con tanto vituperio della sua viltà ricredente della sua bestialità, mostrandole che tutti gli uomini non sono da dovere essere scherniti ad un modo, che ella vorrebbe così bene essere digiuna d’avermi mai veduto, come io abbia desiderato o disidero d’esser digiuno d’avere veduta lei. Ora io non so, se animo non si muta, la nostra città avrà un buon tempo poco che cantare altro che delle sue miserie o cattività, senza che io m’ingegnerò con più perpetuo verso testimonianza delle sue malvage e disoneste opere lasciare a’ futuri. E questo detto mi tacqui; ed esso altresì si taceva: perchè io ricominciai. Mentre quello a venire pena che tu aspetti, ti priego a un mio desiderio soddisfacci. Io non mi ricordo, che mai, mentre nel mortal mondo dimorasti, teco nè parentado nè dimestichezza nè amistà alcuna io avessi giammai, e parmi esser certo, che nella regione nella quale dimori, molti sieno che amici e parenti e miei dimestichi furono mentre vissero; perchè, se di quindi alla mia salute alcuno dovea venire, perchè più tosto a te che ad alcuno di quelli fu questa fatica imposta? Alla qual domanda lo spirito rispose: nel mondo dov’io sono nè amico nè parente nè dimestichezza vi si guarda in alcuno: ciascheduno, purchè per lui alcuno bene operar si possa, è prontissimo a farlo, e senza niuno dubbio. È il vero, che a questo servigio e ad ogni altro molti, anzi tutti quanti che di là ne sono, sarebbono stati più di me sufficienti; e sì parimente tutti di carità ardiamo, che ciascuno a ciò sarebbe stato prontissimo e volonte-