Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/114

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vaghi, di sè d’intorno a noi accumulati, quasi facevano una corona, la quale mai nè quivi nè altrove avvenne che io vedessi, che ricordandomi del primo giorno, nel quale Panfilo a tutti dimorando di dietro, mi prese, che io invano non levassi piú volte gli occhi fra loro rimirando, quasi tuttavia sperando in simile modo Panfilo rivedere. Tra questi adunque mirando, vedea alcuna volta alcuni con occhi intentissimi mirare il suo disio, e io in quegli atti sagacissima per addietro, con occhio perplesso ogni cosa mirava, e conosceva chi amava e chi scherniva; e talora l’uno laudava e talora l’altro, e in me diceva talvolta che il mio migliore sarebbe stato se cosí io come quelle facevano avessi fatto, servando l’anima libera come quelle, gabbando, servavano; poi dannando cotal pensiero, piú contenta (se essere si può contenta di male avere) sono d’avere fedelmente amato. Ritorno adunque e gli occhi e l pensiero agli atti vaghi de giovini amanti, e quasi alcuna consolazione prendendo di quelli, li quali ferventemente amare discerno, piú con meco stessa di ciò li commendo, e quelli lungamente con intero animo avendo mirati, cosí fra me medesima tacita incomincio: Oh felici voi a’ quali come a me non è tolta la vista di voi stessi! Ohimè! che cosí come voi fate, soleva io per addietro fare. Lunga sia la vostra felicità, acciò che io sola di miseria possa essemplo rimanere a’ mondani. Almeno, se Amore, faccendomi mal contenta della cosa amata da me, sarà cagione che li miei giorni si raccorcino, me ne seguirà che io, come Dido, con dolorosa fama diventerò etterna.

E questo detto, tacendo torno gli occhi a riguardare quello che diversi diversamente