Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/152

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il tuo inganno, e ora, o morte o dimenticanza averebbe finiti li miei tormenti; li quali tu, acciò che fossero più lunghi, vana speranza donandomi, nutricare li volesti; ma questo non aveva io meritato.

Ohimè! come mi furono già le tue lagrime dolci! Ma ora conoscendo il loro effetto, mi sono amarissime ritornate. Ohimè! se Amore così fieramente ti signoreggia, come egli fa me, non t’era egli assai una volta essere stato preso, se di nuovo la seconda incappare non volevi? Ma che dico io? Tu non amasti giammai, anzi di schernire le giovini donne ti se’ dilettato. Se tu avessi amato, come io credeva, tu saresti ancora mio. E di cui potresti tu mai essere che più t’amasse di me? Ohimè! chiunque tu se’, o donna, che tolto me l’hai, ancora che nemica mi sii, sentendo il mio affanno, a forza di te divengo pietosa. Guàrdati da’ suoi inganni, però che chi una volta ha ingannato ha per innanzi perduta l’onesta vergogna, nè per innanzi d’ingannare ha coscienza. Ohimè! iniquissimo giovine, quanti prieghi e quante offerte agl’iddii ho io porte per la salute di te, che tòrre mi ti dovevi e darti ad altra!

O iddii, li miei prieghi sono essauditi, ma ad utilità d’altra donna; io ho avuto l’affanno, e altri di quello si prende il diletto. Deh, non era, o pessimo giovine, la mia forma conforme a’ tuoi disii, e la mia nobiltà non era alla tua convenevole? Certo molto maggiore. Le ricchezze mie furonti mai negate, o da me tolte le tue? Certo no. Fu mai amato in atto, o in fatto o in sembiante, da me altro giovine, che tu? E questo ancora che no confesserai, se ’l nuovo amore non t’ha tolto dal vero. Dunque qual fallo mio, qual giusta cagione a te, quale bellezza maggiore della