Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/157

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Dunque perchè lui per altrui abandonasti? Qual cecità, quale traccutanza, quale peccato, quale iniquità vi ti condusse? Ohimè! che io medesima nol conosco. Solamente le cose liberamente possedute sogliono essere reputate vili, quantunque elle sieno molto care; e quelle che con malagevolezza s’hanno, ancora che vilissime sieno, sono carissime reputate. La troppa copia del mio marito, a me da dovere essere cara, m’ingannò, e io, forse potente a resistere, quello che io non feci miseramente piango; anzi senza forse era potente, se io voluto avessi, pensando a quello che gl’iddii e dormendo e vigilando m’aveano mostrato la notte, e la mattina precedente alla mia ruina.

Ma ora che da amare, per ch’io voglia, non mi posso partire, conosco qual fosse la serpe che me sotto il sinistro lato trafisse, e piena si partì del mio sangue; e similmente veggo quello che la corona caduta del tristo capo volle significare: ma tardi mi giugne questo avvedimento. Gl’iddii forse a purgare alcuna ira contra me concreata, pentuti de’ dimostrati segni, di quelli mi tolsero la conoscenza, non potendo indietro tornarli, altresì come Apollo all’amata Cassandra, dopo la data divinità tolse l’essere creduta: laond’io, in miseria costituta non senza ragionevole colore, consumo la mia vita.

E così dolendomi e voltandomi e rivoltandomi per lo letto, quasi tutta la notte passai senza potere alcuno sonno pigliare, il quale, se forse pure entrava nel tristo petto, sì debole in quello dimorava, che ogni piccolo mutamento l’avrebbe rotto; e come che egli ancora fievole fosse, senza fiere battaglie nelle sue dimostrazioni alla mia mente non dimorava con meco. E questo non solamente quella