Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/158

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


notte, della quale di sopra parlo, m’avvenne, ma prima molte volte, e poi quasi continuamente m’è avvenuto; per che iguale tempesta, vegghiando e dormendo, sente e ha sentito l’anima tuttavia.

Non tolsero le notturne querele luogo alle diurne, anzi, quasi come del dolermi scusata, per le bugie dette al mio marito, quasi da quella notte innanzi non mi sono ridottata di piagnere e di dolermi in publico molte volte.

Ma pure venuta la mattina la fida nutrice, alla quale niuna parte de’ danni miei era nascosa, però che essa era stata la prima che nel mio viso aveva gli amorosi stimoli conosciuti e ancora in esso aveva i casi futuri imaginati, veggendomi quando detto mi fu Panfilo avere altra donna, di me dubitando e istantissima a’ miei beni, come prima il mio marito della camera uscì, così v’entrò; e me veggendo per l’angoscie della notte preterita quasi semiviva ancora giacere, con parole diverse si cominciò ad ingegnare di mitigare li furiosi mali, e in braccio recatamisi, con la tremante mano m’asciugava il tristo viso, movendo ad ora ad ora cotali parole: Giovine, oltremodo m’affliggono li tuoi mali, e più m’affliggerebbero, se davanti non te ne avessi fatta avvedere; ma tu, più volonterosa che savia, lasciando li miei consigli, seguisti li tuoi piaceri, onde al fine debito a cotali falli con dolente viso ti veggo venuta. Ma però che sempre, solo che altri voglia, mentre si vive si può ciascuno da malvagio camino dipartire e al buono ritornare, mi sarebbe caro che tu omai gli occhi alla tua mente dalle tenebre di questo iniquo tiranno occupati svelassi, e loro della verità rendessi la luce chiara. Chi egli sia, assai li brievi