Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/179

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e il cuore ardeva d’ira, e le mani per la fretta credendosi sviluppare, avviluppavano; nè prima a me occorse il rimedio dello spogliarmi, che sopraggiunta dalla gridante balia, come ella potea così da lei era impedita; ma la sua forza in me già sviluppata niente valeva, se le giovini serve al colei grido da ogni parte non fossero còrse, e me avessero ritenuta; delle mani delle quali più volte con guizzi diversi e con forze maggiori mi credetti ritrarre, ma, vinta da loro, stanchissima fui nella camera, la quale mai più vedere non credeva, menata. Ohimè! quante volte loro dissi con piagnevole voce: O vilissime serve, quale ardire è questo, che vi concede che la vostra donna da voi violentemente sia presa? Qual furia, o misere, v’ha spirate? E tu, o iniqua nutrice del misero corpo, futuro essemplo di tutti li dolori, perchè all’ultimo disio m’hai impedita? Ora non sai tu ch’egli mi sarebbe maggior grazia comandarmi la morte che da quella difendermi? Lascia la misera impresa da me adempiere, e me di me a mio senno lascia fare, se così m’ami come io credo; e se così se’ pietosa come dimostri, adopera la tua pietà in salvare la dubbia fama, che dopo me di me rimarrà, però che in questo in che tu ora m’impedisci, la tua fatica fia vana. Credimi tu potere tòrre gli acuti ferri, nelle punte de’ quali consiste il mio disio, o li dolenti lacci, o le mortali erbe o il fuoco? Che profitto adopera questa tua cura? Prolunga un poco la dolorosa vita, e forse alla morte, che ora senza infamia mi veniva, indugiata, aggiungerà vergogna. Tu, o misera, non la mi potrai per guardia tòrre, però che la morte è in ogni luogo, e consiste in tutte le cose,