Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/189

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Ed egli: Delle parti d’Etruria, e della più nobile città di quella vengo, e quindi sono.

Come io udii questo, d’una patria col tuo Panfilo il conobbi, e dimandailo se egli il conosceva, e che di lui era; e quegli rispose di sì, e di lui molto bene mi narrò, e oltre a ciò disse che egli con lui ne sarebbe venuto, se alcuno piccolo impedimento non l’avesse tenuto, ma che senza fallo in pochi dì qua sarebbe. In questo mezzo, mentre queste parole avevamo, li compagni del giovine tutti in terra scesi con le loro cose, ed egli con esso loro, si partirono. Io, lasciato ogni altro affare, con tostissimo passo, appena tanto vivere credendomi che io te ’l dicessi, qui ne venni ansando, come vedesti, e però lieta dimora, e caccia la tua tristizia.

Presila allora, e con lietissimo cuore baciai la vecchia fronte, e con dubbioso animo poi più volte la scongiurai e dimandai da capo se questa novella vera fosse, disiderando che non il contrario dicesse, e dubitando che non m’ingannasse; ma poi che più volte sè dire il vero con più giuramenti m’ebbe affermato, benchè ’l sì e ’l no, credendolo, nel capo mi vacillasse, lieta con cotali voci gl’iddii ringraziai: O superno Giove, de’ cieli rettore solennissimo, o luminoso Apollo a cui niente s’occulta, o graziosa Venere pietosa de’ tuoi suggetti, o santo fanciullo portante li cari dardi, laudati siate voi. Veramente chi in voi sperando persevera, non può perire a lungo andare. Ecco che per la grazia di voi, non per li meriti miei, il mio Panfilo torna; il quale io non vedrò prima che li vostri altari, stati per addietro incitati da li miei ferventissimi prieghi e bagnati d’amare lagrime, d’accettevoli incensi saranno onorati, dandoli io. E a te,