Pagina:Boccaccio - Fiammetta di Giovanni Boccaccio corretta sui testi a penna, 1829.djvu/66

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search


viva mi trovasse nel suo tornare, senza dubbio sarebbe.

Queste parole dette, l’uno confortato dall’altro, rasciugammo le lagrime, e a quelle ponemmo sosta per quella notte. E servato l’usato modo, anzi la sua partita, che pochi giorni fu poi, me più volte venne a rivedere; benchè assai d’abito e di volere trasmutata dal primo mi rivedesse. Ma venuta quella notte la quale dovea essere l’ultima de’ miei beni, con ragionamenti varii non senza molte lagrime trapassammo; la quale, ancora che per la stagione del tempo fosse delle più lunghe, brevissima mi parve che trapassasse. E già il giorno, agli amanti nemico, cominciato aveva a tòrre la luce alle stelle; del quale vegnente poi che ’l segno venne alle mie orecchie, strettissimamente lui abbracciai, e così dissi: O dolce signor mio, chi mi ti toglie? Quale iddio con tanta forza la sua ira verso di me adopera che, me vivente, si dica: Panfilo non è là dove la sua Fiammetta dimora? Ohimè! che io non so ora ove ne vai tu. Quando sarà che io più ti debba abbracciare? Io dubito che non mai. Io non so ciò che il cuore miseramente indovinando mi si va dicendo.

E così amaramente piagnendo, e riconfortata da lui, più volte il baciai. Ma dopo molti stretti abbracciari ciascuno pigro a levarsi, la luce del nuovo giorno strignendoci, pur ci levammo. E apparecchiandosi egli già di darmi li baci estremi, prima lagrimando cotali parole gli cominciai: Signor mio, ecco tu te ne vai, e in brieve la tornata prometti; facciami di ciò, se ti piace, la tua fede sicura, sì che io, a me non parendo invano pigliare le tue parole, di ciò prenda, quasi come di futura fermezza, alcuno conforto aspettando.

Allora egli le sue lagrime con le