Pagina:Boccaccio - Filocolo (Laterza, 1938).djvu/208

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204 il filocolo

che pare che messe l’abbia in oblio, conoscerai te non dovere mai me per alcun altro lasciare. Adunque, sí come sai, o giovane donzella, tu, in uno giorno nata ne’ reali palagi con meco di pellegrino ventre, compagna a’ miei onori divenisti, che sono unico figliuolo del vecchio re: ne’ quali onori tu e io parimente dimorando, Amore cosí l’uno come l’altro, ne’ nostri puerili anni, con la cara saetta ferí. Né piú fu, in sí tenera etá, perfetto l’amore d’Ifis e di Iante che fu il nostro. E quello studio che a noi, costretti da aspro maestro, ne’ libri si richiedeva, cessante Racheo, in rimirarci mettevamo, mostrando l’inestimabile diletto che ciascuno di ciò aveva. Oimè, che ancora niuno ricordo era nella nostra corte di Fileno, il quale di lontana parte dovea venire a donargli tu simile gioia. Ma poi la fortuna, mala sostenitrice dell’altrui prosperitá, invidiosa de’ nostri diletti, i quali con dolci sguardi e semplici baci solamente ci contentavamo, per l’etá che semplice era, verso di noi innocenti volle la sua potenza dimostrare, e, bassando con la sinistra mano la non riposante rota, il nostro occulto amore a sospette persone fece manifesto. Il quale dal mio padre, dopo gravi riprensioni maestrali, saputo, fui costretto di partirmi da te: nella quale partita, tu mia e io sempre tuo, per la somma potenza di Citerea, giurammo di stare, mentre Lachesis, fatale dea, la vita ne nutricasse. E nel mio partire mi vedesti piangere, e tu piangesti; e ciascuno di noi egualmente dolente, mescolammo le nostre lagrime. E come l’abbracciante ellera avviticchia il robusto olmo, cosí le tue braccia il mio collo avvinsero, e le mie il tuo simigliante; e appena ci era lecito ad alcuno di lasciare l’uno l’altro, infino a tanto che tu per troppo dolore costretta nelle mie braccia semiviva cadesti, riprendendo poi vita quando io cercava teco morire, te reputando morta. Ora fosse agl’iddii piaciuto che allora il termine della mia vita fosse compiuto! Ma tu poi levata, e donatomi quell’anello il quale te ancora mi tiene legata nel core e terra sempre, mi pregasti che mai io non ti dovessi dimenticare per alcun’altra. Alle quali parole s’aggiunsero sí tosto le lagrime che appena ne fu possibile