Pagina:Boccaccio - Filocolo (Laterza, 1938).djvu/266

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262 il filocolo

spontanea morte. Sostenete che gli occhi miei nel picciolo termine della vita loro servata abbiano questa sola consolazione, poi che lecito non fu a loro, anzi ch’ella mutasse vita, rivederla. O inanimato corpo, come non t’è egli possibile una sola volta richiamare la partita anima, e levarti a rivedermi? Io l’ho dalla passata sera in qua richiamata a me tante volte: richiamala tu una sola, e solamente la tieni tanto che tu mi possa morendo vedere seguirti. Oimè, Biancofiore, quale doloroso caso mi t’ha tolta? Deh, rispondimi, non t’odi tu nominare al tuo Florio? Deh, qual nuova durezza è ora in te, che ’l mio nome che ti solea cotanto piacere non è da te ascoltato, né alle mie voci risposto? Come ha potuto la morte tanto adoperare che ’l vero e lungo amore tra noi stato si sia in poco di tempo partito? Oimè, giorno maladetto sia tu! Tu perderai insieme due amanti. O Biancofiore, io, misero, fui della tua morte cagione! Io, o misera Biancofiore, t’ho uccisa per la mia non dovuta partenza, per ubbidire al mio nemico! I’ ho perduta te, dolcissima amica. Oimè, che troppo amore t’è stato cagione di morte. Io ti lasciai paurosa pecora intra rapaci lupi. Ma, certo, amore mi conducerá a simigliante effetto, e com’io ti sono stato cagione di morte, cosí mi credo ti sarò compagno. Io solo ti poteva dare salute, la quale omai dare né avere io posso. Gl’iddii e la fortuna e il mio padre e la morte hanno avuto invidia a’ nostri amori. Io, o morte perfidissima, s’io credessi che mi giovasse, il tuo aiuto dimanderei con benigna voce. Certo tu se’ stata in parte che essere dovresti pietosa e ascoltare i miseri; ma però che i miseri e quelli che piú ti chiamano sono piú da te rifiutati, io con aspra mano ti costrignerò di farti venire a me». E posta la destra mano sopra l’aguto coltello, incominciò a dire: «O Biancofiore, leva su e guatami: apri gli occhi avanti ch’io muoia, e di me prendi quella consolazione ch’io di te avere non potei. Io ti farò fida compagnia. Io per seguirti userò l’uficio della dolente Tisbe, avvegna ch’ella piú felicemente l’usasse ch’io non farò, in quanto ella fu dal suo amante veduta. Ma io non farò cosí. Io vengo: riceva la tua anima la mia gra-