Pagina:Boccaccio - La Teseide di Giovanni Boccaccio nuovamente corretta sui testi a penna, 1831.djvu/381

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LIBRO DECIMO 363


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Ed essa allora, siccom’esso volle,
     E come volle Ippolita, drizzossi,
     E sè e lui aveva tutto molle
     Di lagrimari da’ begli occhi mossi,
     Nè più nè men come il Menalo colle
     Quando che d’Ariete riscaldossi,
     E consumata sua veste nevosa,
     Mostrò la faccia sua tutta guazzosa.

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E quel dì tutto quanto si posaro,
     Senza più rinnovare altro dolore;
     Benchè nel cor l’avessono sì amaro,
     Quanto potea esser più a tutte l’ore:
     E con parole assai riconfortaro
     Emilia e Arcita, e il furore
     Lor temperaron con soavi detti,
     Lena rendendo a’ desolati petti.

88


Nove fïate s’era dimostrato
     Il sole, ed altrettante sotto l’onde
     D’Esperia s’era col carro tuffato,
     Poi si mutaron le cose gioconde
     Per lo cader di Arcita in tristo stato,
     Quando nel tempo che tutto nasconde,
     D’Emilia avendo il dì i baci avuti,
     Parlò Arcita a’ suoi più conosciuti: