Pagina:Boccaccio - La Teseide di Giovanni Boccaccio nuovamente corretta sui testi a penna, 1831.djvu/429

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LIBRO DUODECIMO 411


23


Ma questo cessi Iddio, che se m’è tolta
     Felicità, che almeno in me ragione,
     Più che ’l voler, non possa alcuna volta:
     E benchè in me tra lor sie gran quistione,
     Che ’l dover vinca i’ ho speranza molta:
     Il che se avvien, per lieta possessione
     Il guarderò, mentre gl’iddii vorranno,
     E sosterrò leggieri ogni altro affanno.

24


Io son di tante infamie solo erede
     De’ primi miei rimaso, che s’io posso
     Questa, la quale assai grande si vede,
     Io non mi vo’ coll’altre porre addosso.
     La donna è bella, e credo che si crede
     Che infin qui nel reame molosso
     Simile a lei non sia: ben troverete
     A cui vie me’ che a me dar la potrete.

25


E siccome gl’iddii testimonianza,
     Che sol conoscon degli uomini i cuori,
     Render porrien senza alcuna fallanza,
     Ch’e’ non fur mai tra due ferventi amori
     O per istretto sangue o per usanza,
     Ched e’ non fosser per certo minori
     Che quel che io ho portato ad Arcita,
     Poscia ch’i’ nacqui in questa trista vita.