Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/187

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lettera 17

essa ogni picciola cosa è molto, e alla mal disposta ricchezza niuna, quantunque gran cosa sia, è assai. La povertà è libera ed espedita, e eziandio senza paura nelle solitudini le è lecito di abitare. La ricchezza piena di ben mille sollecitudini, e d’altrettante catene occupata, nelle fortissime rocche teme le insidie; e dove quella con poche cose sodisfa alla natura, questa colla moltitudine la corrompe. La povertà è esercitatrice delle virtù sensitive, e destatrice de’ nostri ingegni, laddove la ricchezza e quelle e quelli addormenta, e in tenebre riduce la chiarezza dello intelletto. Chi dubita che la natura, ottima provveditrice di tutte le cose, non avesse con assai piccola sua fatica sì provveduto a fare con gli uomini nascere le ricchezze, se a lor conosciute le avesse utili, com’ella tutti ignudi ci produce nel mondo, conoscendo la povertà bastevole? L’ambizione degli uomini non temperati trovò le ricchezze, e recolle a luce, avendole siccome superflue nelle profondissime interiora della terra la natura nascose. O inestimabile male! Queste sono quelle per le quali i miseri mortali più che loro non bisogna s’affaticano, per queste s’azzuffano, per queste combattono, per queste la lor fama in eterno vituperano, per queste de’ nostri priori nuovamente sono cominciati a farsi vescovi; nè dubito che, se bene nel passato si fosse guardato, n’avesse molti più mitrati la nostra corte. Queste, oltre a tutto questo, sono quelle che, o perchè perdute o in parte diminuite sieno, intollerabile è la nostra sciagura tenuta; quasi senz’esse nè servare l’onor mondano nè allevare la famiglia si


let. volg. 2