Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/196

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26 a m. pino de’ rossi

opera o de’ suoi passati grazia meritassero, voi estimo che siate di quelli, perchè non trovandola, siccome veggio che trovata non l’avete, meno mi maraviglio se vi dolete. Ma dove si vegga, solo a’ notabili uomini esser invidia portata, e per quella avere l’ingratitudine quanto di male ha potuto adoperato, estimo che, qualunque colui si sia a cui questo inconveniente avvegna, conoscendo quello che avanti credere non avrebbe potuto, siccome sgannato e certificato del vero, sè al numero de’ valenti uomini aggiugnendo, siccome ogni altra noia, questa ancora dalle fatiche dei passati aiutato dee sostenere. E però quante volte questa spina vi trafiggesse, prego vi riduciate alla mente che Teseo, le cui opere furon maravigliose e degne di perpetua laude, da quelli medesimi Ateniesi i quali egli in qua e in là per Grecia dispersi, aveva nelle loro città rivocati e con utilissime leggi in cittadinesca vita ordinati, fu d’Atene cacciato, e quanto in loro fu, se il generoso animo di lui l’avesse patito, di morire in misera vecchiezza costretto: nè si trovò chi per conoscenza de’ ricevuti meriti l’ossa di lui, che contro loro più non potevano alcuna cosa, da Tiro piccoletta isola, dove sbandito aveva i suoi giorni finiti, facesse ritornar in Atene. Questi medesimi, Solone, il quale con santissime constituzioni gli avea ammaestrati, e le cui leggi ancora gran parte del mondo ragionevolmente governano, costrinsono già vecchio di andare in Cipri sbandito, e là morirsi. Questi medesimi, Milziade, il quale loro dalle catene de’ Persi infinita moltitudine di quelli maravigliosamente vincendo in Maratona aveva tolti, nelle loro catene in oscura prigione fecero morire,