Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/195

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lettera 25

e fede avergli porto non meno piacere, che noia la proscrizione ricevuta. Io potrei aggiungnere a questi esempi la forte e pietosa opera delle mogli Menie, li carboni di Porcia, la sventurata morte di Giulia di Pompeo con altri molti simiglianti. Ma perciocchè io credo ove il bisogno il richiedesse la vostra mona Giovanna essere un’altra Ipsicratea, o quale altra delle predette volete, senza più dirne, mi pare di poter passare al presente, volendo venire a quella parte la quale al mio giudizio, e per quello ch’io abbia udito, più che niun’altra nel presente esilio vi cuoce.

Erami adunque per alcuno amico stato detto, che ogni gravezza che la presente avversità avesse potuto porgere o porgesse vi sarebbe leggieri a comportare, dove i nostri cittadini, i quali in non aver voluta alcuna vostra scusa, quantunque vera e legittima stata sia, ricevere, ingrati riputate, non vi avessero, considerandolo con titolo così abominevole, cacciato come fatto hanno. Certo io non negherò, e l’una e l’altra delle dette cose essere sopra ad ogni altra gravissima a comportare. La prima, perciocchè quantunque ciascun buon cittadino non solamente le sue cose, ma ancora il suo sangue e la vita per lo bene comune e per l’esaltazione della sua città disponga: ha ancora rispetto, che dove in alcuna cosa gli venisse fallito, perciocchè eziandio i più virtuosi spesse volte peccano, egli per lo suo bene adoperare passato, debba trovare alcuna misericordia e remissione innanzi agli altri, la qual non trovando, gli è molto più grave la pena, che se meritato il beneficio non avesse. E se alcuni cittadini nella nostra città sono che per sua