Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/227

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epistola 57

vero ruinoso? Nè io il credo, nè tu il credi. E se del mio partire le cose che son dette non pensi assai degna cagione, altre ce ne sono. Aggiugnerolle: le quali a me, taciute, forse sarebbe suto più onesto; e se io non le scrivessi a te, veramente non l’arei dette; tu nondimeno il serba teco.

Temeva i costumi inumani del tuo Mecenate. Se tu non perdesti al tutto colla coscienza la mente, tu il dovresti conoscere; perocchè noi così il collo al giogo sottomettiamo, che il carro al senno del carradore tiriamo; ma esso dalla parte sua, intorno a’ bisogni di coloro che tirano, debbe essere desto: la qual cosa niuno mai meno che questo tuo Mecenate aver fatto o fare è certissimo. Io mi credeva che esso, salendo in alto, il vecchio costume volgesse in meglio; ma, siccome chiaro m’avvidi, in peggio lo ridusse la felicità. Al postutto a lui niuna sollecitudine è o benignità de’ miseri che ’l servono: ed esperto favello. Piova il cielo, caggia gragnuola ovvero neve, scrolli il mondo la rabbia de’ venti, i tuoni spaventino i mortali, i baleni minaccino incendii, e le saette morte; escano i fiumi del ventre loro, assedino i ladroni i cammini, per fatica vengano meno le cavalcature; quante simili cose vuoi orribili occorrano in casa o fuori, non altrimenti era da pietà mosso a’ miseri che ’l servono d’aiuto, di consiglio, di parole o di fatti, che se elli fossono Arabi, o Iudi, o bestie salvatiche. Pure che esso stia bene, pericoli poi chi vuole. Egli pensa, siccome io credo, essere argomento della sua grandezza calcare e dispregiare i minori; e quello che è segnale di più crudele ani-