Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/226

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56 a messer francesco

singolarità del suo artifizio all’amplissima dignità porre innanzi. E tu me, figliuolo delle Muse, chiami di vetro, il quale sei mesi da uomo di molta minore dignità sono con frasche di fanciullo straziato e avviluppato? Ottimamente per Dio fece Bonaccorso, io vilemente feci lungamente sofferendo.

Dirai ancora, ch’io sia subito quasi ruinoso, e senza consiglio sia venuto a partirmi, e fai te dimentico, affermando te non sapere la cagione d’esso. Duro è fare ricordevole colui che se contro a coscienza fa dimentico. Oltre a tutti, tu solo fosti consapevole d’ogni mio consiglio; a te l’animo mio aprii tutto; a te i segreti del cuor mio manifestai; a te discernei ciò ch’io portava nel petto, e non solo una volta, ma più. E tu ora fingi di non sapere perchè partito mi sia, e chiamimi subito? Ma che è? Io farò ciò che tu vuoi, polche più non posso essere ingannato. In gran parte di sopra la cagione è aperta del mio partire: io non poteva più sofferire i fastidiosi costumi del tuo Mecenate. Se io dirò li tuoi, io non mentirò, nè il disonesto portamento. E acciocchè tu con ragione non mi dichi subito, da cinque mesi in qua il consiglio del mio partire cento volte ho ragionato teco, e a quello sono suto da te consigliato; e acciocchè io più fede dessi a’ detti tuoi, te il simile in breve essere per fare affermavi, dannando tutte quelle cose le quali io dannava, e molte cose le quali per vergogna io taceva tu medesimo adempievi. Colui adunque che così lungamente il consiglio d’alcuna opera ragiona e delibera, venendo finalmente all’atto, debbe essere detto subito, ov-