Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/225

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

epistola 55

voluto mandare. Tu mi potesti già udir dire a lui che me non tiravano i pastorali de’ pontefici, non le prepositure del pretorio, dal disiderio delle quali sono tirati molti con vana speranza, e in ciascuno vile servigio sono lungamente ritenuti. Oltre a ciò non è a me, come a molti, sozzo e abbominevole amore, fra gli omeri d’Atlante nel comportare ogni disonesta cosa. A me è desiderio d’onesta vita e d’onore, al quale tolga Dio che per si abbominevole sceleratezza io creda che si vada. Non adunque sono di vetro, se avendo io sostenute alquante cose da non dire, più oltre sofferire non le potei.

Io ti dirò un fatto d’uno meccanico, e nostro cittadino, degno di memoria. Io so che tu conoscesti Bonaccorso scrittore, uomo plebeo per origine e povero, per animo nobile e ricchissimo. Costui chiamato da Ruberto re di Gerusalem e di Sicilia, venne a Napoli, e in quella ora che egli approdò, non trattisi ancora gli sproni nè l’uosa, menato fu nel cospetto del re; e da lui domandato de’ pregi d’alcune cose particolari all’arte sua ragguardanti, non senza indegnazione d’animo modestamente rispose; nè prima dal cospetto del re fu rimosso, che salito a cavallo, per l’orme sue si ritornò; e l’altro dì, essendo cercato, non fu trovato. Ma dopo pochi di, conciofussecosachè a Firenze fosse comparito, domandando quelli che mandato l’aveano, che fosse cagione di sì subita tornata, disse: lui avere stimato sè esser mandato a uno re, non a uno mercatante. E per mandar fuori la indegnazione conceputa per la domanda del re, con brusche parole non temette la