Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/229

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epistola 59

non ostante alcun testamento, esso solo erede si fa, schiusi ancora i creditori, se alcuni ne sono; affermando pure che la necessita il richieggia, dovere aver molto dal morto, benchè esso ancora debba dare al sepolto. Oh che paura ebbi io già di queste sue leggi dagli Appii o da’ Catoni Lelii o dagli Ulpiani non conosciute! Ha oltre a questo un costume grave e fastidioso, il quale io, benchè manifestissimo sia a tutti, nondimeno ad un altro non lo scoprirei che teco; e perche se’ amico, e perchè ogni cosa t’è nota, fedelmente il dirò. In prova spessissime volte egli se ne va nel conclavio; e quivi, acciocchè e’ paia ch’egli abbia molto che fare della gravita del regno, posti, secondo l’usanza reale, portinari all’uscio della camera, a niuno che ’l domandi è conceduta licenza dello entrare. Vengono molti, e alcuna volta de’ maggiori, empiono il cortile dinanzi alla porta, e con bassa voce domandano copia di parlare. Che risposte sieno date dagli ammaestrati portinari è cosa da ridere. A molti dicono: lui avere consiglio con alquanti; ad altri: lui dire il divino officio; ad altri: lui faticato intorno alle cose pubbliche, pigliare un poco di riposo; e simile cose; conciossiacosachè nulla al postutto faccia, se non forse quello che per addietro di Domiziano Cesare (che desiderava quelle medesime cose, che lui, si dicessono), cioè, che collo stile feriva le mosche; ovvero ch’io creda piuttosto (perocchè, benchè io non sia de’ suoi camerieri, e non voglia essere, nondimeno conosco i costumi di camera), che in guardaroba per suo comandamento si ponea una seggiola, e quivi, non