Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/242

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72 a messer francesco

d’alcuna loda sieno degne, nondimeno non da molto le fo; nè tu. Scrisse ancora a Palermo, siccome dicono alquanti assai degni di fede, in mezzo il tumulto della guerra della quale egli era duca (e nondimeno non era a lui intero esercito, perocchè e’ non aggiungevano a dugento cavalieri, e oltre a questo delle legioni de’ soldati molto era il numero scemato, e quasi a dugento erano tornati i pedoni, e questi erano mercenarii, e che venieno piuttosto in aiuto che di propria schiera), uno volume forse memorabile e degno del verso d’Omero, perocchè spregiato il volgare fiorentino, il quale al tutto tiene da poco e gitta via, trovò uno nuovo mescolato di varie lingue. Scrisse in francesco de’ fatti de’ cavalieri del santo spedito, in quello stile che già per addietro scrissono alcuni della tavola ritonda, nel quale che cose da ridere e al tutto false abbia poste egli il sa. Queste cose, per non dire l’altre, non arò io in orrore di scrivere in sua lode con mio stile? e lui, nimico delle Muse, dirollo io amico? Tolga Dio dalla mia sottile penna questa vergogna, la quale se io temo, tu che se’ uomo litterato maravigliare non ti dei.

E acciocchè l’animo mio non ti sia nascoso, io sono per volgermi in contrario, se egli non apre la prigione alla moltitudine de’ libri, i quali appresso ad alcuni oziosi uomini, i quali non molto lungi da Firenze nobilmente pasce, sotto chiave di diamante ha riposti; quasi per questo molti abbiano girato il mondo, e cercati gli studi di diverse nazioni, le notti senza sonno abbiano guidate, e con ogni affetto ab-