Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/253

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epistola 83

signore della sua indignazione, e può come gli pare in verso ciascuno a dritto e a torto sfavillare: contro a me a ragione non può; e se a torto il farà, io userò la sentenza di Marco Casenzio, detta da sè a Gneo Carbone consolo. Se al Grande sono molte coltella, e a me certamente sono altrettante e più forse armi. In gran gloria pel sangue mio non entrerà; guardisi piuttosto che non entri in infamia, che spegnere non si possa. Se alcuna cosa ardirà contra di me, se io sarò offeso per dire la verità, tornerà in alto il nome dell’offeso; ma senza fallo se dell’offendente sarà alcuno lume, il rivolgerà in nebbia. Se Dio sarà a me aiutatore, non temerò che mi faccia l’uomo.

Ma a tornare, come tu mi conforti, niuno animo ho, niuno pensiero nè desiderio, quantunque maggiori cose che le prime mi prometta, poichè di questo senno sia: meglio essere sperar quello che è buono, che senza sperare tener quello che non è buono. Due volte da queste promesse ingannato, due volte tirato invano, due volte è suta soperchiata la pazienza mia dalla sconvenevolezza delle cose e da vane promesse, e costretto a partirmi. Posso, s’io voglio, assente ora sperare bene del tuo Mecenate; non voglio venire la terza volta, acciocchè presente non senta male di lui e di me. In buona fè, che se io fossi così volatile che la terza volta chiamato io tornassi, a niuno dubbio sarebbe di me argomento di leggerezza certissimo, e agli altri a’ quali fu grave avere veduto me schernito da te e dal tuo Grande.

E nondimeno, se la necessità mi costringesse non avere alcuno refugio se non al tuo Mecenate? Per la