Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/272

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tato; nulladimeno se a taluno può esser lecito di pensare e di parlare, senza taccia di temerità, contro una tanta persona, non lascerò di dire questo solo a costo anche d’averne a perdere la vita: è falso; nessuno mi vide mai certamente, e neppure egli stesso, nè fare blandimenti, nè in mezzo alle sue gloriosissime felicità sollazzarmi, o con alcuna sorta d’affetti attaccarmici; chè i pungoli della invidia sempre ho temuto; sempre gli impreveduti movimenti della instabile fortuna paventai; sempre degli impensati casi ebbi orrore; nè mica per me, ma per lui; al contrario, mi videro spesso i moltissimi e compassionare e compiangere nelle avversità; ed anche tu, se bene me ne rammento, potesti qualche volta avermi veduto. In grazia: forse questa suole essere l’usanza di chi seguita la buona e soave fortuna? non lo dirai tu di sicuro. Non fu dunque retto il giudizio del battezziere quando mi pose il cognome delle tranquillità. Ma dove miri quest’aspro ragionare, eccolo già: la natural legge dei mortali (ed oh volesse Dio che repentinamente così non avesse operato) portando via quel giovane egregio, d’indole maravigliosa, Lorenzo primogenito di questo tuo Magno, la natural legge, io dissi, fece in modo che meco stesso giudicassi con più verità sì di me, che dell’avuto cognome. Che cosa potessero un dì contro me stesso lunga persecuzione, fuga inestricabile, esiziale ferita, piacemi di tacerlo: chè questo avvenimento solo al di là d’ogni pensare, tutti quegli altri sorpassa. Di lui adunque se non con degno, almeno con alquanto più lungo discorso voglioti ra-