Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/273

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gionare; teco posso liberamente parlare, seppure mi sei, qual credoti, amico; teco la causa mia trattare, teco l’anima mia discoprire non vergognerommi; e affinchè tu non pensi che all’ombra dell’amicizia nostra io voglia mentire, metti da parte su di ciò, te ne prego, qualunque amicizia, fatti giudice mio; cosa ell’è questa di facile concedimento: che da un lato hai dinanzi ossequioso e potentissimo signore, contro cui è l’accusa; dall’altro, un povero ed inofficioso amico, o piuttosto sconosciuto concittadino, che in questo caso rinunziai liberamente a fare la parte di amico.

Di che dunque si tratta? Chiamo in testimone Iddio! stavamene affatto in pace, quando giunse l’esecrabile novità; l’amabile giovane, il placido, il vago Lorenzo suddetto da precipitosa morte il dì 12 di Gennaio (1353) essere stato rapito! scriverò cosa, forse da far maraviglia: la morte, dico, del fratello; la morte, anni sono, del padre (1348), la morte di Coppo de’ Domenichi a me grandemente diletto, non potè strapparmi le lacrime, bensì strappommele questa; e piangendone di dolore quasi femina parvi: cosa indegna d’uomo, non che d’uomo addetto alle Muse. In fine dopo alcune lacrime al celebratissimo nostro giovane offerte, mi si presentò alla mente, non senza certa amarissima pena dell’animo il genitore afflitto, il tuo Magno; ed io, che nè della prima sua promozione, nè del chiarissimo ritorno suo dopo la fuga, nè della coronazione del tuo re, nè del ritorno dei principi e baroni esuli, o prigioni, nè della riconciliazione di loro, m’era dato per me