Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/274

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verun pensiero prima; ora, quasi non egli, ma io di sì gran figlio privo, me ne condolsi, e tanta compassione n’ebbi da non aver mai restato di piangere, solo e tra i gemiti sino quasi alla mezza notte. E che dunque? Le felicità, come nulla curandole, non seguitai neppure con mostra della minima allegrezza; ma bensì tanto grave caso con abbondantissime lacrime piansi per mio: nè mica in faccia, chè non le avesse per finte: tutto ciò ritengo dentro me stesso, nè te lo scrivo perchè lo risappia; ma per farti conoscere, che, da quanto in mia coscienza distinguo, non sono l’uomo delle tranquillità, ma bensì delle miserie altrui misericordioso. Per questi prati adunque, per questi aperti sentieri, con questi passi, con tali affetti le tranquillità del Magno tuo seguita Giovanni tuo: sì con questa sollecitudine: con tal costume di lacrime, dico, e di pianto. Oh se con blandimenti mi fossi trovato sempre alle sue felicità! oh se chiamato ai pericoli avessi volto le spalle! se ricusati gli imposti travagli! se addimandate grandi mercedi! se ricevutene delle grandissime! con quali odiosi nomi, povero me, non m’avrebbero perseguitato? Voglio che questo solo tu sappia: che quantunque egli Magno, io picciolo, anzi nullo; egli forte, io debole: non debbono essere nè vilipesi, nè gettati per terra così gli uomini amici. Vivemmo e con l’aiuto di Dio vivremo, e se non splendidamente, almeno con minor paura. Che l’acque dominino nelle valli sia pur concesso: il fulmine di Giove irato spesso i monti colpisce, gli infesta il vento, gli brucia il sole, gli esaspera il freddo. Se ame-