Pagina:Boccaccio - Ninfale fiesolano di Giovanni Boccaccio ridotto a vera lezione, 1834.djvu/302

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
132

e nel leggere così colle pene altrui, secondo il detto comune:
               A’ miseri è conforto aver compagni,
mitigo alquanto le proprie, che non mi curo notificartele colla presente, essendo tu nei termini di letizia rientrato, cui non voglio colle inquietudini mie perturbare; molto più che non potrebbero a sufficienza spiegarsi in parole, ma in lacrime; per che farò a questa lettera una frangia di lamentazioni, e mi darò pace.

Sento ohime! troppo gravi e difficili i flagelli della fortuna; che non solamente sopportabili ma ridicoli, ed anche piacevoli sono stimati, come in verità sono, quando ragione libera li rimembra; e non paiono arrecar peso o difficoltà. Lo so, non l’arrecano; anzi tutto rinchiudono nel languor di chi soffre, e trovano un certo dolce di sua natura al gusto del febbricitante adattato. Laonde come il malato affannoso lo stato suo ignorando spesso la sanità dell’anima sospira, che io nel desiderio del sommo bene traverso a’ nugoli di quaggiù appena discerno......1 nè mai potei sottrarmi dalle inquietudini che mi assalgono, sia per lo stimolo d’iracondia, sia pel torpore di negligenza; e nasce di qui ciò che vorrei pure, o carissimo, desiderare di correggere. Per questo io grido a te, ed imploro2 con tut-


  1. Qui lasciai di tradurre quel che non intesi, nè seppi alla meglio riordinare come tentai di fare altrove.
  2. Il testo ha deploro, forse per imploro.