Pagina:Boetie - Il contr'uno o Della servitù volontaria.djvu/50

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36 il contr’uno

con le ugne, o col becco, o con le corna, o co’ piedi, quando si voglion prendere, che fanno vedere apertamente come sia lor caro ciò che perdono. Presi poi, mostrano per tanti sogni di fuori la conoscenza di loro sventura, che è un bel vedere come da quel momento il loro è più languire che vivere; e che stanno in vita più per lamentare il buono stato perduto, che per acconciarsi alla servitù. Quando l’elefante, dopo essersi difeso fin che duran le forze, non vedendoci più verso, in sull’essere preso, si avventa con le mascelle aperte a un albero, e’ si spezza i denti, che altro vi dice egli, se non che il gran desiderio di restar libero come è nato lo rende spiritoso, e lo fa accorto di venire a patti co’ cacciatori, se ne potesse uscire dando a loro i suoi denti, e se, accettando essi il suo avorio, potesse così ricomprare la sua libertà? Noi pigliamo il cavallino appena nato per avvezzarlo a servire; ma certo non gli sappiam far tante muine, che quando ci si mette a domarlo e’ non morde il freno, non iscalci contro lo sprone, quasi direi, voglia far vedere alla natura, e protestare alla meglio, che, degli serve, nol fa di suo genio, ma per altrui soverchierìa.

Che accad’altro?

Il bue medesmo sotto il giogo duolsi,

Geme l’augel rinchiuso nella gabbia;


come cantai altrove quando per passatempo facevo rime francesi: e scrivendo a te, o Longa, non dubito mica che tu mi dia del vanaglorioso, se ci mescolo de’ miei versi, i quali io non leggo mai, se non perchè tu fai sembiante che ti piacciano. Così dunque, poichè tutte le cose che sono dotate di sentimento, come prima esse l’hanno, sentono il guajo della servitù, e van dietro