Pagina:Boetie - Il contr'uno o Della servitù volontaria.djvu/72

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58 il contr’uno

bene; e vedranno chiaramente che que’ terrazzani, que’ contadini ch’e’ si pongono sotto i piedi, e che trattano come galeotti e peggio, benchè straziati a questo modo, sono appetto a loro felici, e liberi in qualche modo. Il contadino e l’artiere, benchè abbiano il collo sotto il giogo, quando hanno fatto ciò che lor tocca, non pensano più là. Ma coloro che mendicano e pitoccano il favore del tiranno, gli son sempre sotto gli occhi; e non basta ch’e’ facciano quel che loro ci comanda, ma devon pensarea modo suo, e spesso, spesso per andargli a genio, hann’anche a strolagare il pensiero di lui. L’ubbidirlo non basta, e’ va compiaciuto: bisogna ch’e’ si rompono le ossa, che si strazino, ch’e’ s’ammazzino per attendere alle sue faccende; che facciano lor voglia della voglia di lui; che, per il gusto di lui, lascino andare il lor proprio; che vadano a ritroso della loro natura, che vincano le loro forze. Tocca loro a misurare le parole, la voce, i gesti, il volger degli occhi: occhi, piedi, mani, ogni cosa bisogna che sia appostato a indovinar la sua volontà, a scoprire il suo pensiero. E questo si chiama viver felici? E questo è vivere? Ma dov’è al mondo una cosa più di questa incomportabile, non dico ad un uomo ben nato, ma a un uomo che abbia pure il senso comune, ed aspetto d’uomo senza più? Qual vita è di questa più misera, dove nulla ha di proprio; ma agi, libertà, il corpo, e la vita la chiaman da altrui?

Ma e’ voglion servire per aecumular delle possessìoni. Già! come dire che quel ch’e’ posson metter da parte sarebbe loro! Nè anche di sè stessi e’ posson dir: Siamo nostri; e vorrebbero, gli stolti! che quel che hanno sia loro, come se niuno potesse aver nulla di suo sotto un