Pagina:Bonarelli, Guidubaldo – Filli di Sciro, 1941 – BEIC 1774985.djvu/102

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          Celia.Son viva? ed è pur vero?
          Narete ? dice, ed io
          più ch’a Narete, al mio dolore il credo.
          Ma pur fui morta, e fui
          la giù ne’ regni de la morte: vidi
          pur quivi ad uno ad uno
          tutti quanti ha l’inferno
          furie, fere e tormenti.
          Or chi potea trarmi d’abisso a forza?
          Nar.I tuoi miseri amanti,
          piangendo la tua morte, essi poterٍ
          con le lagrime lor darti la vita.
          Celia.Ah mal per me si fece al pianto loro
          placabile l’inferno!
          Ma non fu il pianto loro: e so ben io
          ch’ove Cerbero latra o fischia l’Idra
          altra voce non s’ode.
          Ei fu l’orror di quest’alma infedele,
          cui non poté soffrir l’orrido inferno.
          Misera, e vivo? G vivo, e la mia vita
          è vomito d’inferno.
          Niso.’ Odi, Narete,
          costei ancor tra le chimere adombra.
          Celia.Vita infelice, a cui
          fin il morir vien meno.
          Nar.Voi, senza darle noia,
          mirate che di nuovo
          contra sé non ritorni a ’ncrudelire.
          Celia.Ma tu forse, o del cielo alta giustizia,
          tu forse vuoi ch’io doppiamente infida
          or sia tornata in vita,
          perché di nuovo i’ mora,
          e sia per doppio error doppia la morte.
          Niso.Ma tu, perché ten vai?
          Deh non lasciar noi soli
          a tanta impresa.
          Nar.Io vado