Pagina:Bonarelli, Guidubaldo – Filli di Sciro, 1941 – BEIC 1774985.djvu/167

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conducimento della favola si rendesse credibile e poco men )(’ che necessario. Questo è quello che ho tentato: s’io l’abbia conseguito non so: facíanme, per fin di questa prima parte, questa brieve esperienza. Ch’una ninfa, addunque, ami due amanti ad un tempo d’eguale e d’ardente amore, e, non sa- pendo a qual appigliarsi, voglia morirne, è malagevole, è im- possibile, non si puٍ credere. Ma ditemi: ch’una ninfa ra- pita da un centauro gridi, che alle sue strida due pastori da diverse parti ad un tempo accorrano, che per liberamela am- bidue col centauro valorosamente s’azzuffino, che tutti e due il feriscano, e tutti e due feriti ne rimangano; che la ninfa liberata prenda pietà dei suoi liberatori per sua cagion con- dotti presso alla morte, che alla cura della lor salute perciٍ sollecitamente attenda, che i pastori, i quali eran feriti, ma non erano morti, sentano sensi d’amore verso una bellissima e pietosissima giovinetta che ? giorno e la notte vedeansi a tutte l’ore d’intorno al letto per lor cagione sollecita e lacri- mosa; che ciascun di loro, quasi ad un tempo, l’amor suo venisse a discoprirle; che costei, stata in fin allora contra ogni affetto amoroso implacabile e severa, addomesticata dal- l’assidua conversazione che con ambidue i pastori nuovamente avea, commossa dalla gratitudine che ad ambidue l’astringea, intenerita dalla pietà che all’uno ed all’altro portava, invitata dalla grazia e dalla virtù che in ambidue scorgea, e finalmente sforzata dall’amore ch’essi le mostravan, d’essi parimente in- namorasse; che per antico zelo di purità all’amor fortemente s’opponesse, ma che l’amor quanto più conteso tanto più s’avanzasse; che là dove tutte le cagioni dell’amore erano e grandi ed eguali, eguale e grande fosse il suo amore; che amando l’uno non potesse pensare di darsi all’altro, per non rimaner priva di quello; che amandoli ambidue non le sof- frisse il cuore di viver dell’uno o dell’altro priva; che l’ar- dor della sua fiamma, che l’acerbità del suo dolore, che l’aborrimento della sua da lei creduta impurità, un’anima semplicetta, nemica d’amore, non avvezza agli affanni, schiva di qualunque colpa, mentre nella sua maggiore agitazione