Pagina:Bonarelli, Guidubaldo – Filli di Sciro, 1941 – BEIC 1774985.djvu/175

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Non est certa meos quae forma invitet amores. Centum sunt causae, cur ego semper amem. (Ovidio, Amor., II, 4). E non è quaggiù chi tutte in sé le contegna. La saggia Diotima: Nullum corpus, o Socrates, undique pulchrum. Molte son le bellezze, e in molti soggetti sparse, e ciascuna, benché menomissima, è atta a ricever amore, s’in ogni breve spazio entra, e s’asconde in ogni breve spazio, or sotto l’ombra de le palpebre, or tra’ minuti rivi d’un biondo crine, or dentro alle pozzette che forma un dolce riso in bella guancia. Molte sono le bellezze in molti soggetti sparse, e ciasche- duna in ciascheduno piace ed innamora: belli sono i capelli biondi, e piacquero nell’Aurora a Titone; belli i capelli neri, e piacquero in Leda a Giove; bella è una candida gota, e piacque in Galatea a Polifemo; bella una bruna gota, e piacque in Venere a Marte. Or ciascuna di queste bellezze, che puotero piacere a diversi, non possono anche piacer ad uno stesso, si che un solo possa amarne molti? Tutte certo coteste che abbiam mentovate piacquero ad Ovidio, il qual perٍ disse: omnibus historiis se meus aptat amor. (Amor., II, 4). Ovidio, che non fu di si poco cuore che non ardisse d’amarne più d’una, molte n’amٍ; n’amٍ quante non solo parean belle agli occhi suoi, ma quante per ogni contrada della città udiva, da chiunque si fosse, ricordar per belle: denique quas tota quisquam probet Urbe puellas, noster in has omnis ambitiosus amor. (Ibid.).