Pagina:Bonarelli, Guidubaldo – Filli di Sciro, 1941 – BEIC 1774985.djvu/238

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II cuor dunque di Celia desidera di vedere, benché Celia non voglia, quel che gli occhi non vedranno, perch’ella no ? vuole. Celia non vuoi né veder gli amanti né esser veduta da loro; e pur la vista dell’amato oggetto dice Aristotale ch’è la maggior brama d’amore: onde il Petrarca: Né mai stato gioioso Amor o la volubile Fortuna dieder a chi più für nel mondo amici, ch’i’non cangiassi ad una rivolta d’occhi, ond’ogni mio riposo vien, come ogni arbor vien da sue radici. Perché l’amor nasce appunto dagli occhi. Messer Ciٌo da Pistoia: Amore è uno spirito ch’ancide, che nasce di piacer, e ven per sguardo. Veggasi, dunque, se l’amor di Celia puٍ esser perfetto, quando la sua volontà gli è talmente contraria che sforza a fuggir quel che maggiormente G amor desidera. La favola addunque non introduce G amor di Celia come amor consu- mato e perfetto, ma più tosto come un principio d’amorosa passione, tutto agitato e tumultuoso. L’amor di Celia, dico, non è finto perfetto: soggiugno che non era bisogno di fin- gerlo tale, perché Celia non è il personaggio principal della favola; e quando anche ella fosse, non è perٍ di mestiere che i personaggi di favole pastorali, anzi né pur anche di tragiche, abbiano azioni ed effetti più che rnediocri. E se li pur doves- sero avere, direi che l’eccellenza dell’azione di Celia consiste non già nell’amar due amanti, ma nel voler più tosto morir che amarli: eccellenza, se non amorosa, almen morale. Morale la chiamo secondo l’abuso dell’antica gentilità, che con la morte volontaria credea di poter gloriosamente ai travagli ed alle colpe sottrarsi. L’amor dunque di Celia (per quel che fin qui n’abbiamo