Pagina:Cagna - Un bel sogno, Barbini, Milano, 1871.djvu/56

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— Siamo stanche, disse Laura appoggiandosi a lui, abbiamo bisogno di un cavaliere....

— E dove trovarlo migliore? sclamò Letizia.

— Signorine, rispose Ermanno sorridendo, non vorrei che mi canzonassero...

— Ce ne guardi il cielo!

— Era per parlare un poco anche con lei, che l’abbiamo chiamato, mormorò Laura.

— Com’è bella questa sera illuminata dalla luna, veramente poetica.

— Passerei la notte passeggiando, disse Laura.

— Sola?

— Oh no, avrei paura.

— Come sono soavi queste notti illuminate mestamente, disse Letizia con accento declamatorio; e dire che vi son taluni che negano il romanticismo; con che cuore, io nol so. — Come non accendersi di poesia allo spettacolo malinconico e soave di una bella sera d’estate? Parmi di essere trasportata a quei beati tempi in cui i trovatori erravano le notti solinghi e addolorati sotto le finestre di un castello di gotica architettura; parmi di sentirne i patetici canti, gli appassionati versi d’amore.

Tutto ciò fu detto da Letizia con un tuono ironico, con un’espressione così maliziosa, che Ermanno non ebbe più dubbio alcuno sulle confidenze che Laura poteva averle fatte. In quanto a Laura, essa non aveva neanche compresa sillaba della chiaccherata di sua cugina, perchè la sua mente viaggiava in quell’istante a più alte regioni.

Piegata mollemente sul braccio di Ermanno, lasciava libero sfogo al pensiero abbandonandosi al languore della fantasia come alle illusioni di un sogno.

A poco a poco quella graziosa testolina si piegò sulla spalla del giovane, ed i biondi capelli agitati dalla