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luse, io ripigliava coraggio, e le mie parole suonavano irridenti.

«Erano le due dopo mezzanotte, allorchè, dopo aver messo sossopra tutto lo studio, il commissario diceva: — Signor avvocato, ci conduca ora nella sua camera da letto.

«Padronissimi, io risposi, e li precedetti con passo fermo.

«— Signor Novarino, soggiunse il commissario, volgendosi al brigadiere che comandava i tre o quattro carabinieri entrati in casa, ci segua anch’ella.

«E il brigadiere, fatto cenno a due carabinieri, ci tenne dietro. Il pronostico non poteva essere più sinistro. Passando, mi apparve mia madre, muta, immota, pallida, fra le mie sorelle. La povera donna mi vide passare coi carabinieri, senza batter palpebra. Quel silenzio mi piombava sull’anima.

«Si ripetè nella mia camera la stessa minuziosa perquisizione fatta nello studio, e come quella, riuscì inutile pur questa.

«Quando tutto fu compiuto, mio padre ed io ci guardammo in viso senza parlare. Ognuno di noi comprendeva che quel momento era supremo. Il commissario Gay legava con una cordicella alcune carte insignificanti da lui sequestrate, con lenta calma le suggellava, poi consegnavale ad alcuno de’ suoi agenti. Mio padre ed io ci guardavamo sempre senza far motto.

«Consegnate le carte, il commissario si volse di nuovo al brigadiere Novarino con queste parole: Signor brigadiere, il mio dovere è fatto, ora ella faccia il suo. Novarino mi pose le manette. — Ora, diss’egli, venga con noi.

«Che cosa dicesse e facesse mio padre, io non udii e non vidi; ben vidi e udii uno scoppio di pianto della mia madre nella dischiusa camera, che mi percosse di acerbo spasimo. Volli motteggiare, volli fare il disinvolto, volli ridere.... Misere ostentazioni da fanciullo!

«Nei regi proclami, ai rivoluzionari si prometteva il patibolo, e Carlo Felice quando faceva di queste promesse non mancava mai di parola. Era anch’egli, alla sua foggia, un re galantuomo.»