Pagina:Campanella, Tommaso – Poesie, 1915 – BEIC 1777758.djvu/133

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scelta di poesie filosofiche 127

né generazione, e ’l caos immenso
la bella distinzione assorbirebbe.
E pur nel punto che mutar si debbe
la cosa, uopo è che senta, perch’all’altra
resista, e faccia ch’ella si muti anco
secondo il fato vuol, né piú né manco,
chi regge il mondo. Or qui tuo senno scaltra.
Io, teco disputando, vinto e lasso
cancello, e metto in bianco
le mie ragioni; in altro conto passo.

Risponde che, se la mutazione fosse senza, doglia, non ci sarebbe senso di piacere. E cosí non combatterebbono gli enti contrari, e non si farebbe generazione, e ’l mondo tornerebbe caos. E poi risponde che pure nel punto del mutamento, quando par che Dio dovesse levare il senso del dolore, è necessario che ci sia, perché resista quel ch’è travagliato e muore al travagliante, e si temperi in quel modello che intende Dio operante con tale ordine del suo fato. Stupenda risposta! E poi dice che non sa che dire a Dio in questo; e passa in altre sue opinioni sopra ciò, ecc.

madrigale 5

Solevo io dir fra me dubbiando: — Come
d’erbe e di bruti uccisi per mia cena
non curo il mal, né a’ supplicanti vermi
dentro a me nati do favor, ma pena;
anzi il Sol padre e Terra madre il nome
struggon de’ figli e i lor composti infermi;
cosí Dio non sol pare che s’affermi,
che del mal nostro pietade nol punga,
ma ch’egli sembri il tutto; onde ne goda
trarci di vita in vita con sua loda,
che fuor del cerchio suo mai non si giunga. —
O pur, che in Dio fosse divario dolce,
dissi ragion men soda,
come in Vertunno è, che ’l nostro soffolce.