Pagina:Campanella, Tommaso – Poesie, 1915 – BEIC 1777758.djvu/61

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scelta di poesie filosofiche 55


amiamo le altre cose, perché amiamo noi stessi. Queste voglie di diffondersi in altro sono, perché muoiamo in noi e cerchiamo vivere in figli o in fama, o perché cerchiamo a far bene ad altrui. E Dio si diffonde solo per bene nostro in noi, ché non può ricever bene, ma darne solo. Però dall’amor essenziale nasce Cupido in cielo, di abbondanza, che dona ad altrui bene; ed uno in terra, d’inopia, che cerca ricever beneficio ed immortalitá, onde per questo ci dá gioia. E, perché tutte le cose son buone ad altri, ad altri male, benché a sé ed a Dio ed al mondo tutte son buone, Dio, per farci conoscer qual cosa ci è buona, ci pose il segnale, ch’è la bellezza; e, per conoscere il male, puose per segnale la bruttezza.

madrigale 2

Bellezza dunque è l’evidente segno
del bene, o proprio all’ente in cui risiede,
o di ben ch’indi può avvenire a cui
par bello, o d’ambi, e d’altri può far fede.
Ecco, la luce del celeste regno,
beltá semplice e viva, mostra a nui
gran valor, che gli avviva e giova a tanti:
sol brutta all’ombra, bel degli enti bui.
Di serpi e draghi il fischio e la bravura
e la varia pittura
a noi ci fan paura,
gli rendon brutti, e tra lor belli e santi.
L’umiltá di cavalli e di elefanti,
segnal di servitú e di poco ardire,
fa brutta a loro, ma a noi bella vista
del poter nostro e ben di lor servire.
L’altrui virtú al tiranno è brutta e trista.

Che bellezza sia segno del bene che sta dentro il bello, o del bene ch’ad altri può recare, o di tutta e due, come quella della luce; o del bene strano, come la ferita è segno del valor del feritore. E però questa bellezza non è se non rispettiva, come le serpi sono belle alle serpi, a noi brutte; e gli cavalli mansueti a sé fanno